ROMA – Nella Striscia di Gaza ancora si registra una “gravissima carenza di farmaci essenziali, tra cui anestetici e antidolorifici”, che “continua a ostacolare interventi chirurgici e di emergenza, costringendo le équipe mediche a prendere decisioni estremamente difficili”.
Lo riferisce all’agenzia Dire Ahmad Mohanna, il direttore dell’ospedale Al-Awda di Jabaliya, nel nord della Striscia di Gaza, detenuto dalle forze israeliane per 22 mesi e rilasciato nell’ottobre scorso. Mohanna continua confermando che gli attacchi e le conseguenze dell’assedio fanno sì che negli ospedali si debba scegliere tra chi possa subire un intervento chirurgico da sveglio, ricevere antibiotici e, insomma, tra chi possa continuare a vivere e chi no.
Secondo il direttore, “nonostante il cosiddetto cessate il fuoco”, Israele continua ad applicare “restrizioni all’ingresso di forniture mediche fondamentali”. Nelle scorse settimane è stato parzialmente riaperto il valico di Rafah, a sud, ma non basta. “Oltre alla carenza di attrezzature, materiale medico monouso e di laboratorio, le strutture affrontano anche mancanza di elettricità e carburante”, sottolinea il direttore, e così in tutta la Striscia “la situazione sanitaria resta catastrofica”.
I media internazionali fanno sapere che i raid israeliani delle ultime 24 ore hanno causato sei vittime e oltre 40 feriti, portando a 877 i morti e a 2.602 i feriti dalla sigla del cessate il fuoco dello scorso 10 ottobre. Tuttavia, i soccorritori stanno continuando a scavare sotto le macerie e quindi si teme che il bilancio si aggraverà ulteriormente. Il dottor Mohanna riferisce che dell’emergenza “si sta occupando l’ospedale Al-Aqsa” di Deir El-Balah, più a sud di Jabaliya, tuttavia anche l’Awda non cessa di “ricevere quotidianamente feriti. Oltre alle ferite legate alla guerra, curiamo pazienti affetti da malattie croniche, malnutrizione, malattie infettive e complicazioni causate dal collasso del sistema sanitario”. Le Nazioni Unite stimano che il 70% delle infrastrutture idriche della Striscia siano state danneggiate o distrutte, mentre Israele, oltre ai beni essenziali, limita l’ingresso anche a macchinari, utensili o altri materiali che sarebbero necessari per la ricostruzione dei sistemi di pompaggio, dei desalinizzatori e della rete di distribuzione. Questo fa sì che tra i civili – che vivono in stragrande maggioranza in campi profughi circondati da macerie e fogne a cielo aperto – si stiano diffondendo insetti, parassiti e topi, e quindi malattie della pelle o altre patologie causate da punture e morsi, che diventano potenzialmente letali tra chi soffre di malnutrizione, in assenza di antibiotici e disinfettanti. A supportare il lavoro dell’Al-Awda c’è anche l’organizzazione ActionAid, che ha ripetutamente invocato il libero accesso di forniture mediche e denunciato che nell’ospedale, il 75% delle donne incinte e in allattamento che si rivolgono ai suoi programmi soffre di malnutrizione.
“Gli ospedali operano sotto estrema pressione- continua il direttor Mohanna- e non sono in grado disoddisfare gli enormi bisogni umanitari”.
IL “KILLER SILENZIOSO”. L’ASSENZA DI MEDICI E INFERMIERI, INCARCERATI DA ISRAELE
A tutto questo si aggiunge un “killer silenzioso”: quello della mancanza di medici e infermieri non solo perché uccisi negli attacchi, ma anche perché arrestati. Lo stesso dottor Mohanna ha trascorso oltre 650 giorni nelle carceri israeliane senza accuse. Secondo i legali della famiglia, l’arresto è scattato dopo che il medico si rifiutò di abbandonare i suoi pazienti nel dicembre 2023, dopo che l’esercito aveva assediato l’ospedale per giorni, bloccando l’accesso a cibo e forniture mediche per le quasi 250 persone intrappolate all’interno. “Purtroppo- continua il medico- le informazioni riguardanti molti medici e operatori sanitari detenuti o rapiti dall’esercito israeliano sono ancora limitate e la comunità medica resta profondamente preoccupata per la loro sicurezza”.
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